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SATIRA 
 

TALI E QUALI

1990, RCS Rizzoli Libri, Milano.
Presentazione di Giulio Carlo Argan.
Premio "Palma d'oro" al Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera.

 

Giulio Carlo Argan - Prefazione a Tali & Quali, Rizzoli, Milano, 1990

Mai fidarsi dei detti latini, non si correggono i costumi ridendo, ci vuole ben altro. I costumi politici, poi, sono piu' incalliti; da secoli la satira li punge senza nessun effetto. I governi liberali l'accettano come un diversivo, gli illiberali la proibiscono senza capire che il ridicolo e' ancora il meno odioso dei loro difetti.

In realta' la satira politica non e' servita alla politica, ma all'arte: e' un vecchio e nobile genere artistico e letterario, ha un'illustre ascendenza illuministica e laica. e' stata, non foss'altro, la controparte della rettorica, dell'adulazione, della propaganda a cui nel passato l'arte si e' tanto spesso prestata. Per la prima volta, con la satira, l'arte si e' schierata contro il potere e ha concorso alla conquista delle liberta' civili. Del potere ha descritto e deriso gli aspetti comici, inevitabili anche quando ha altri volti, tragici o stupidamente feroci: si pensi a Goya, a Daumier, a Grosz. e' stata e rimane, se non la rivincita, il compenso degli oppressi o, in epoche come la nostra piu' miti, dei pazienti. In ogni caso e' stata il rapporto piu' sano che l'arte ha mai avuto con la politica.

In Italia si fa dell'eccellente satira politica, e' quasi un primato. C'e' chi, come Forattini, capta il fatto del giorno e ne ironizza o rovescia l'interpretazione ufficiale, e chi, come Altan e Staino, illustra la ragionevole politica dei non politici, dei ceti esclusi dalla sfera dei dirigenti. Il caso di Chiappori e' diverso: fa grafica satirica con chiarissimi intenti artistici e fa una pittura che non assomiglia in nessun modo alla grafica, con la quale tuttavia e', e non potrebbe non essere, in rapporto.

La grafica satirica non muove da precise premesse ideologiche, ma e' tutt'altro che agnostica. Chiappori ha un passato politico: la rivolta studentesca del '68, poi la scelta della sinistra extraparlamentare, la dura denuncia della bieca connivenza di certi poteri statali con le attivita' criminose della destra eversiva.

Oggi, come si vede dalla recente serie di Tali & Quali, l'ironia e' meno amara, ma cio' non dipende soltanto dall'obiettivo mutamento della condizione politica: Chiappori ha condotto una lunga ricerca sulla storia d'Italia dall'unificazione al fascismo, e si e' reso conto delle profonde, inveterate radici delle infinite ambiguita' e contraddizioni della situazione attuale. Premesso che, per Chiappori, l'arte non e' un mezzo per fare politica, ma la politica un mezzo per fare l'arte, rimane da spiegare la natura del rapporto, non soltanto professionale, con la piu' diffusa stampa quotidiana e settimanale. Non sorprende certamente che il "Corriere della Sera", "Panorama" e altri abbiano cercato la collaborazione di Chiappori: le sue grafiche in bianco e nero e le sue pagine a colori attraggono e soddisfano l'occhio del lettore, la presa in giro degli uomini del potere e' garanzia dell'indipendenza e della spregiudicatezza del giornale. Ma perche' Chiappori, per fare la satira del governo, ha bisogno di organi di stampa non ossequienti ma neppure per principio contrari alla politica governativa? Perche' la logica deduzione del rapporto tra arte e politica e' il nesso con organi d'informazione e comunicazione di massa, la politica essendo qualcosa che si muove all'interno di quel circuito: e' fatta per l'opinione pubblica, ma l'opinione pubblica e', piu' che condizionata, determinata ed espressa dai mezzi d'informazione e comunicazione di massa.

Ora, Chiappori sa che il motivo della presente crisi dell'arte sta nella difficolta' di trasformare in comunicazione di massa quella che, in tutta la sua storia, e' stata una comunicazione intersoggettiva. La peculiarita' dell'arte e' infatti nella sua capacita' di dar luogo a infinite interpretazioni soggettive, fermo restando il suo assoluto valore qualitativo. La figura satirica presenta fatti manifestamente inattendibili, ma li presenta con un'evidenza artistica che ne garantisce la verita' sostanziale al di la' dell'assurdita' fattuale.

Il valore dell'arte e', lo sanno tutti, l'autenticita'; la politica ridotta a concordato, patteggiamento, compromesso, contesa e magari rissa tra forze e persone che hanno o vogliono il potere e' qualcosa di assolutamente inautentico, che l'arte accerta e rivela come fosse una cartina di tornasole. Ecco perche' Chiappori, facendo semplicemente e coscienziosamente l'artista, automaticamente si ritrova nella condizione di Up il sovversivo, il protagonista della sua prima serie di fumetti, del 1970.

Altri artisti hanno ricercato e sperimentato quale possa essere l'esteticita' dell'immagine nel sistema di comunicazione di massa: Liechtenstein ha analizzato anche molecolari, tipografiche, del fumetto per provare se la notizia visiva possa costituirsi come bella forma; Warhol ha studiato il mitologismo delle figure che il sistema diffonde in serie imponendole senza scampo alla memoria e all'immaginazione inconsce della collettivita'. Si tratti di MaoTse', di Che Guevara, di Marilyn Monroe e dei protagonisti immaginari delle telenovele, quelle figure ristrutturate dalla fotografia, dalla stampa, dalla televisione entrano nel nostro inconscio e lo riempiono prendendo il posto delle persone storiche che, prima, occupavano la nostra coscienza individuale proponendosi alla conoscenza e al giudizio.

Chiappori si e' posto un analogo problema in rapporto alla coscienza europea e italiana in cui si danno tradizionali valori, come la storia e l'arte, non identici ma solidali, che, a meno di non eliminarli brutalmente, esigono una sistemazione nel sistema dell'informazione che va sostituendosi, bene o male che sia, al sistema della conoscenza. Sarebbe manicheo affermare che i valori dell'arte e della storia erano autentici e le divulgate sembianze dell'informazione non lo sono; e' facile dimostrare che la storia e l'arte sono state spesso mistificate, forse addirittura sempre, sistematicamente.

Dunque, se non si puo' affermare in modo apodittico che l'attuale sistema dell'informazione sopprime l'arte e la storia, e' certo pero' che nel suo contesto si configurano diversamente. Come? La ricerca non puo' essere che sperimentale, il suo campo non puo' essere che la grande stampa o la televisione: finora Chiappori ha lavorato con la grande stampa, potrebbe ugualmente lavorare con la televisione se questa non fosse, piu' della stampa, controllata e condizionata dal potere politico. Non importa che le immagini moltiplicate di Andreotti o di De Mita, di Craxi o di Occhetto non suscitino lo stesso lampo di desiderio che le labbra di Marilyn Monroe nell'immagine ingrandita e quasi disintegrata di Warhol, o il medesimo istante di patrio orgoglio che la barba bionda di Garibaldi o quella candida di Mazzini. Anzi, nella serie ritrattistica Tali & Quali, Chiappori ha accuratamente cercato modi di deformazione caratterizzante che non imponessero preventivamente al lettore simpatia o antipatia. I personaggi di Tali & Quali, essendo destinati al circuito della stampa, dalla stampa sono prelevati. Ogni giorno le loro facce compaiono nei giornali, le degnamo appena di uno sguardo, le rivediamo con la coda dell'occhio sul giornale del vicino in tram, nella mostra dell'edicola, nel telegiornale; infastiditi evitiamo di guardarle, le rimuoviamo, ma qualcosa a nostra insaputa rimane nel nostro immaginario inconscio, anche le caricature che abbiamo vista qua e la', fatte col proposito di "caricare" i tratti fisionomici che si prendono come indicativi o simbolici del carattere e, soprattutto, del ruolo pubblico del personaggio: la testa infossata nelle spalle, le orecchie da pipistrello e il naso da gufo dicono l'astuzia di Andreotti, la pelata e il faccione rotondo, col naso a paletta, stanno per l'arroganza di Craxi, ecc. Sono connotazioni che si riferiscono piuttosto al comportamento che alla fisionomia; infatti nella vignetta il personaggio dovra' recitare una parte brevissima e decisiva, per lo piu' soltanto botta e risposta: in quel momento, per via dei colori o del lampeggiante alternarsi del bianco e del nero, sara' sotto la luce d'un riflettore, ma tutto durera' un istante: gia' nelle strisce precedenti i personaggi erano rappresentati nell'atto d'entrare in scena da un lato e di uscire svelti dall'altro.

Tutte quelle immagini hanno un tempo d'osservazione brevissimo: nel pronunciare la battuta i volti logorati e quasi dissolti si rianimano e precisano, diventano straordinariamente somiglianti, ma e' un istante. Lo explicit piu' frequente e' una gran smorfia da una parte sola del volto: e' per lo piu' un ghigno di trionfo, che scopre denti feroci, da squalo, ma e' anche un segnale al lettore, quasi a sollecitare un applauso. Vignetta o striscia, singola o plurima che sia, l'azione che si compie rapida sul teatrino ha come attori personaggi stereotipi, con grandi teste inespressive che i puntolini degli occhi o le pieghe della bocca bastano ad animare improvvisamente divise o abiti uniformi come divise sui corpi, gambette pronte alla corsetta che li portera' in scena o fuori: sono come marionette capaci di fare pochi gesti meccanici ma, anche, dell'improvviso scatto della battuta. Le mosse sono sempre le stesse: obbedienza passiva e il colpo inatteso, lo "escamotage". Il bianco e il nero, i colori, non sono soltanto illuminazione senza raggio, fredda, ma hanno un vago senso illusivo: il bianco diventa nero e viceversa, le tinte cambiano, perche' sulla scena piatta di quel teatro il solo mutamento possibile e' un ribaltamento: nei giochi verbali del potere nulla e' piu' frequente che dire nero del bianco e bianco del nero.

Nella morale ironica di Chiappori i signori del palazzo e i loro accoliti non confutano la bugia con la verita', ma non una controbugia. La vignetta e la striscia hanno un loro contesto, la pagina tipografica del quotidiano, le colorite pagine pubblicitarie del settimanale; l'occhio che le raggiunge ha letto articoli di politica, vedute le cento volte replicate facce dei personaggi del momento; e' assuefatto a una noiosa ma inevitabile routine, guardera' distrattamente la figura e leggera' la battuta come ha guardato e letto il resto, e d'un tratto lo colpira' l'inatteso anticonformismo e non importa che sia autorizzato e che in definitiva accrediti la dubbia buona fede del giornale, ha comunque un effetto rigenerante, e' un anticorpo. Andra' avanti a leggere, naturalmente, ma con dentro il piccolo trauma dell'immagine concisa e risoluta che gli ha colpito gli occhi e l'intelletto.

Chiappori lo ha argutamente avvertito che la macchinosa dinamica del potere in definitiva e' tutto un gioco scenico. Ai suoi occhi non puo' fingere, sono occhi d'artista, e l'artista e' un tecnico della finzione, solo che la finzione dell'arte e' autentica, quanto di piu' autentico puo' introdursi nel bugiardo contesto dell'informazione politica. Come congegno abilmente montato di disegno e battuta la vignetta ha un suo meccanismo d'accumulo e di scatto, piu' evidente in Tali & Quali perche' quasi sempre tutto si riduce a un rapido dialogo tra due personaggi. Le molle segrete sono il paradosso, il ribaltamento, il gioco di parole, il quiproquo, il lapsus.

Fagone ha analizzato sottilmente il sottofondo freudiano dell'immaginazione politica di Chiappori. La sostanza del paradosso e' l'ironia, e gia' c'e' ironia nel continuo tramutarsi del bianco e del nero che fa la bellezza visiva del disegno e la scarsa bellezza morale dei personaggi. L'arte s'introduce travestita in quel modo mediocre ma conserva un suo aristocratico distacco: oggettivamente, di quanta buona satira politica si fa in Italia, quella di Chiappori e' la piu' artistica, anche intenzionalmente: non l'arte, ma la politica e' il mezzo. Ma la straordinaria limpidezza dell'immagine e' dovuta anche alla parola associata: la battuta e' insieme verbale e figurata. Il ribaltamento e' un altro movimento pressoche' costante: basta un gioco di parole, un doppio senso a ribaltare la situazione scenica. Dice De Mita: "il governo e' impegnato" e Craxi di rimando: "per conto di chi?". De Mita annuncia che Amato ha deciso di abbandonare il Tesoro, e Craxi subitamente interessato "Dove?". Un panciuto Giuliano Ferrara dichiara alla tv il proprio principio, ch'e' quello di tutta l'informazione di massa: "Da quando ho capito che la gente ha sete di verita' cerco sempre di dargliela a bere". O il finto malinteso: domanda incredulo Andreotti: "far fuori la mafia?", "ho detto La Malfa" si affretta a sillabare Craxi. D'altra parte, chi non vede che per il governo combattere la mafia "e' un passo piu' lungo della gamba"? Il quiproquo puo' anche essere apparentemente innocente: Jonesco di presenta a De Mita: "Jonesco", "io Nusco" risponde l'altro. Infine, ed e' segno del freudismo, e' frequente il lapsus: il giudice che decide di disfarsi di un imputato innocente e scomodo emette un "mandato di scomparizione"; di certi politici corrotti si dice che, dopo l'immancabile insabbiamento, "vissero felici e contanti", oppure "felici e tangenti".

Non si finirebbe mai di citare, Chiappori sa essere garbato anche quando la sua satira trafigge. Ma la politica e' soprattutto un'occasione di acutezza critica e d'inventiva paradossale; l'obiettivo della sua ricerca e' la perspicuita' simultaneamente visiva e psicologica, la massima concentrazione d'intelligenza in un minimo di spazio e di tempo: non illustra un dettato ne' commenta l'illustrazione, disegno e discorso sono la stessa cosa. Come certi pittori luterani davano alle figure e al testo scritto la stessa importanza, cosi' Chiappori verbalizza l'immagine e figura lo scritto. Gran parte dello spazio e' sempre occupato da grandi fumetti come gonfie bolle bianche scritte a stampatello con segno piu' sottile o marcato secondo che il detto e' piu' o meno gridato. Precede la bolla grande un'altra piu' piccola e senza scritta, che sembra uscire dalla bocca del personaggio e agitarsi come cosa viva prima di scaricarsi nella bolla gonfiata. Indica che a parlare e' il personaggio che gia' ribadisce o commenta, per lo piu' ghignando, la battuta detta.

Il tempo e' dunque estremamente contratto, il prima e il dopo accadono simultaneamente, ne' l'effetto potrebbe ottenersi senza un'intensa percussione visiva: apparentemente semplice e immediatamente comunicativa, la vignetta e' il frutto di ricerche diramate in piu' direzioni: la psicologia dell'inconscio collettivo, la storia politica, la visualita' e la psicologia della percezione. e' quest'ultimo il campo in cui s'incontrano il lavoro artistico, del tutto personale, e la satira politica destinata ai grandi circuiti dell'informazione. S'e' detto della sua prima personificazione come Up il sovversivo a testa in giu'; lo segue due anni dopo ('72) un altro autoritratto simbolico come Alfreud (nome combinato: Alfredo e Freud) con la storia della timida uscita dai limiti geometrici della ragione e il successivo, rassegnato rientro nel cubo: non c'e' liberta' dalla prigione della ragion comune. Ci fu poi un periodo di piu' deciso e combattivo impegno politico, che lo vide associato con Oreste Del Buono ('73) e poi con Fortebraccio: indignazione furente per le stragi della destra eversiva, le connivenze e i depistaggi autorizzati, gli anarchici innocenti imprigionati o buttati dalla finestra. Non fu soltanto coraggiosa denuncia che poteva, in quegli sciagurati anni della storia italiana, costar molto cara: in quelle strisce tetre il tragico e il comico si accostano fino a toccarsi, a fondere i loro segni violentemente penetranti per gli occhi e per la coscienza.

Con quella spinta morale era giunto, Chiappori, al punto di confluenza dell'arte e della storia: era ormai comune il loro destino. Non e' pero' un artista che ceda alle pulsioni emozionali e morali. Ha sempre cercato di toccare il fondo dei problemi, di capire e di far capire. Colpendo lo scandalo della criminalita' politica protetta e garantita aveva spiegato alla massa degli italiani come tutti fossero ingannati dai trucchi infiniti del potere, come non poteva non essere in governi di coalizione tra forze eterogenee che non potevano avere un programma, ma soltanto interessi in comune. La politica del compromesso era un male italiano che aveva molte cause e radici profonde.

Lesse Gobetti e Gramsci e comincio' a scrivere in figurate parole il suo Risorgimento senza eroi: nacquero cosi', da un'analisi storica tutt'altro che sommaria, i quattro volumi delle Storie d'Italia (1978-81) in cui l'ironia non e' chiara leggerezza di spirito ma ferma antirettorica, contestazione decisa della mistificata versione della difficile unificazione nazionale. Rettorica e ambiguita' erano gia' nel nome, Risorgimento (da Risorgimento); e postumo imbroglio era la spirituale unione degli "eroi", che non finirono mai di litigare tra loro, per il fine sublime dell'unita' della Patria sotto la tutt'altro che liberale sovranita' dei Savoia. Non e' vero, cominciando dal re ciascuno fece gli interessi del proprio ceto sociale e della propria parte politica, e se il re imbrogliava non era da meno il conservatore Cavour e il reazionario pontefice romano; e fu un idealista perseguitato Mazzini, un credulo turlupinato Garibaldi, la solita vittima mandata al macello il popolo. L'unificazione si fece, ma non fu unita', e l'equivoco e' andato avanti strisciando tra mille compromessi finche', dopo la prima guerra, salto'. Ci fu qualcosa che Gobetti e Gramsci, critici di questa storia artefatta, poterono soltanto prevedere prima di esserne travolti e distrutti; il fascismo che si spaccio' come fatidico compimento del Risorgimento e in certo senso lo fu, consenziente la monarchia, complice il grande capitalismo, benedicente il papa.

Si sa come fini': L'Etiopia, la Spagna, la lega coi nazisti, la guerra, la rovina. Non bastava per trasformare l'ironia nel piu' amaro sarcasmo? E per attaccare duramente i ceti colpevoli che cercavano di riacciuffare il potere mediante occulte connivenze col potere e crimini ad impunita' garantita pur di soffocare l'ancor debole democrazia nata dalla lotta solidale di lavoratori e intellettuali? Con la resistenza delusa fu solidale Chiappori, pittore; e come artista partecipo' alla lotta, che era anche per la liberta' della cultura. Ma il nodo del problema era la trasformazione, in atto, d'una cultura storicistica in informazione di massa: in un'epoca ormai dominata dalla tecnologia industriale era inevitabile, ma occorreva evitare che la nuova cultura diventasse strumento di repressione ed escludesse l'arte, eterna portatrice di liberta'.

Chiappori, insomma, decise di dar battaglia, come artista, sul campo dell'editoria e della stampa borghese: per toglierla, non foss'altro, dagli artigli di lorsignori. Non diro' se abbia vinto o vincera' la sua guerra, ne dubito, ma certo la sua satira politica e' uno dei rari fenomeni artistici fioriti nel campo dell'informazione di massa: certo, con la ritrattistica murale di Warhol, la divina proporzione del fumetto di Liechtenstein. Ed ha conservata, sul terreno dell'informazione che rifiuta il giudizio, una carica di storicismo, diciamo pure, italiano. Ha inventato una pittura di storia non, l'opposto di Hayez o di Ussi. e' una storia di ometti ingenui che pagano e furbi che riscuotono, ma i primi sono up e gli altri down. Ha composto una sua iconografia del potere: come nell'iconografia bizantina, dove tutti i santi sembrano uguali e sono diversi, cosi' nell'iconografia del palazzo tutti sembrano diversi e dentro sono uguali. C'e' chi gestisce e chi subisce, s'intende: anche il lettore subisce, ma Chiappori gli da' di che ridere. Di Andreotti con le orecchie da pipistrello, di Craxi con la pelata mussoliniana, di De Mita col suo piagnisteo. E il "Corriere della Sera" fa finta di niente, ci fa perfino una figura da signore.

La grafica di Chiappori ha tre componenti pressoche' costanti: il segno, la parola, la risata. S'e' veduto che il segno e' sintesi di figura e parola: una conquista della semantica del nostro tempo. Naturalmente e' segno anche il colore ed e' un'altra conquista, perche' un colore come quello non s'era mai veduto in pittura: dissonante ed accordato, opaco e brillante, simbolista ed evidente da abbagliare. Pare che, come i personaggi che li vestono, litighino essendo sostanzialmente d'accordo, giurino il vero dicendo il falso, e viceversa. Il rosso e' garibaldino e cardinalizio, il grigio e marrone Cavour, il blu Savoia, ma tutto puo' cambiare, come il bianco e il nero che si scambiano le parti, e il ribaltamento sa di sberleffo. Ma donde mai verra', se non dalla pittura, che non ha sottintesi politici, ma e' pura chiarezza visuale? Niente di comune o di simile, ma anche la pittura ha le sue fonti storiche e Chiappori, pittore colto, non le nasconde. La fons Castalia della sua pittura e' Klee, che aveva l'ironia negli occhi e nelle dita e della pittura conosceva, lo disse in un quadro, le vie principali e secondarie. E nei suoi dipinti e disegni tutto si muoveva secondo prospettive abnormi: c'erano corse, soste ansimanti, ribaltamenti, scivoloni, piroette e passi di danza: piu' che dir tutto con la pittura, la sua pittura era parlata senza alfabeto.

Ricorrono, nei dipinti di Chiappori, fondi versicolori a quadretti, trepidi come se fossero teli quadrettati e trasparenti che non si riesce a sovrapporre in modo che coincidano. Sono fondi immateriali e pieni d'ansia, dove le qualita' cromatiche si moltiplicano all'infinito senza peso di quantita'. Le vie principali e le vie secondarie di Klee; ma poi a fermare l'oscillante incertezza arrivano e si distribuiscono in punti strategici tanti piccoli tasselli di colore deciso, scandendo un ritmo forte sul debole. Anche qui tasselli sicuri e un po' ironici in tanta trepidazione di linee e colori hanno una loro fonte, Victory Boogie-Woogie di Mondrian, l'ultima delle grandi opere. Mondrian mori' nel '44, Klee era morto nel '40: Chiappori seppe cogliere il senso di quell'incontro tra due maestri vissuti in due diversi emisferi pittorici, ma ugualmente pensosi del destino della civilta': Mondrian o la ragion geometrica al confine della follia, Klee o la divina follia al confine della ragion geometrica. Forse ripenso' a quel dialogo ormai remoto, Chiappori, quando decise di congiungere la passione politica all'ironia e di gettare ogni giorno un dato di verita' nel pentolone dell'informazione, ribollente di bugie. Anche i personaggi del palazzo dicono bugie, e' prescritto dal cerimoniale: s'ode una bugia a destra, e sinistra risponde bugia. E' la loro ricchezza; la verita' e' una, povera e nuda; la garrula bugia ha mille lingue come l'acqua di D'Annunzio. Cosi' si scambiano botta e risposta i signori del palazzo; e noi a guardare, forti dello scampolo d'autentica ironia che Chiappori ci da' nella stampa del giorno.

Giulio Carlo Argan Roma, Novembre 1989

 


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