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ARTE • CATALOGHI • DIPINTI
1976 - 1980
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Dipinti
1976-1980
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Vittorio
Fagone IL
QUADRO È UNA MACCHINA Esiste unarea viva, non ancora compiutamente esplorata, nella ricerca artistica di questi anni per la quale appare appropriata lindicazione di astrazione sistematica (systematic abstraction). È probabile che la portata di questo fenomeno si farà esplicita quando la congiunzione clamorosa tra bad painting americana e neofauvismo europeo avrà superato lapogeo di una parabola favolosa o fortunata. O potrebbe
darsi che i due fenomeni non abbiano mai a toccarsi, che possano
convivere in una reciproca indifferenza: uno lavora sullo spazio
dellevidenza, laltro dentro i tempi della visione; uno
gioca a esibire la propria fattualità in una figuralità deformata,
laltro a provocarla e a nasconderla in una griglia dichiarata.
I due fenomeni risultano accomunati tuttavia da una stessa esigenza storica:
venir fuori dallascetico riduzionismo minimalista, recuperare
il dominio dei processi formativi della pittura esaltati, ma anche
immobilizzati nellaffermazione del monocromo, introdurre-impegnare
una variabile soggettiva non separata dal processo tecnico, anzi
in questo significativa (e da qui ancora il manufatto, il dipinto,
oltre la pittura dei primi anni Settanta). È interessante
notare come alcune prove tra le più significative di astrazione
sistematica vadano attribuite ad artisti per i quali lascendenza
da un forte segno grafico è elemento di profonda caratterizzazione.
Le ripetizioni variate di Katsuro Yoshida, non ignoto al pubblico
italiano, ne possono costituire una testimonianza significativa.
Questa premessa andava fatta per collocare lopera di Chiàppori
pittore di questi ultimi anni in un contesto di attualità riconoscibile. Ho avuto modo di presentare le strisce di Chiàppori in due istituzioni italiane attente a registrare le nuove ricerche visuali (Il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dellUniversità di Parma e il Museo Progressivo di Livorno) e non credo che il lavoro di Chiàppori sulla grande comunicazione possa, in alcune senso, essere considerato minore; va solo tenuto distinto. In una di queste occasioni ho citato una lettura molto pertinente fatta da Umberto Eco in occasione di una mostra di acquerelli di Chiàppori del 1975. Eco parlava di un discorso diretto delle strisce e di un discorso indiretto per speculum et in aenigmate degli acquerelli. In quel periodo Chiàppori dipingeva strutture probabili, certe solo da un punto di vista topologico, nelle quali il colore circolava per trasparenze e opposizioni come su antiche vetrate medievali (il paragone è ancora di Eco), e tuttavia senza goticizzanti concessioni. Anzi. Trasparenze e opposizioni, topologiche probabilità risultano ora ulteriormente sviluppare secondo un filo logico tenace e con intelligente malizia. Chiàppori è pittore malizioso quando mette a confronto lassoluto del colore e la variabilità infinita delle serie cromatiche; quando stabilisce una efficace, illuministica, difesa contro ogni ridondanza del pittoresco dichiarando modulo, matrice e gabbia per la dinamica del colore; quando delimita un campo di gravitazione per i diversi elementi della pittura: tono contro tono, trasparenza verso trasparenza, velatura e pigmento, contorno e superficie, articolo e serie. Luso non ingenuo delle procedure fondamentali della pittura, la vorticosa e preordinata ricombinazione di queste, dimostra come senza perizia (domino tecnico di strumenti scientifici) non è possibile malizia (uso critico e intelligente di questi strumenti). Se il pittore e disegnatore politico in Chiàppori vanno tenuti distinti, sarà bene anche precisare che il pittore viene prima, ha una più lunga storia. Qualcuno tra i più tenaci lettori di Chiàppori (Del Buono) ha ricordato che negli sfondi di molte tavole colorate dei suoi libri si nasconde molto più aria e pittura di Como (quella immagazzinata dalla Galleria del Milione negli anni Trenta) di quanto non voglia dire con i fondi piatti dei comics. Daltra parte, in tutti questi anni Chiàppori non ha mai smesso di essere pittore. Il pittore non è rimasto fermo a guardare laltro che disegnava, andava avanti (e con lo straccio sulla chiave dello studio chiuso dallinterno, come Klee, per non essere sorpreso a dipingere o solo distratto). Per un lungo periodo Chiàppori ha affidato a dei grandi fogli di carta una ricerca di pittore giocata attraverso lacquerello nel contrasto della trasparenza del colore, nelle possibilità di accensione e di espansione di questo, nelle concordanze e dissonanze possibili. Nel lavoro degli ultimi anni qui documentato, Chiàppori ha trasferito su grandi tele le sottili superfici cromatiche, cercando di conservare il rapporto tra pigmento e superficie nei suoi termini essenziali. In questa esaltazione della processualità tecnica della pittura, ha sempre tenuto a non far traboccare per nessun verso lespressività del colore. Egli ha stabilito per ogni opera una matrice numerica che trova evidenza nella schematica distribuzione dei singoli ordinati articoli del quadro moltiplicabili e moltiplicati sino allipotesi di un continuum infinito. Dentro questa matrice, la scelta del colore è stabilita da una casualità matematicamente accertata e poi equilibrata intervenendo per velature, per progressioni di tono. Se la
struttura - lintreccio prima che la tessitura - è il
dato che subito sorprende chi guarda, il rapporto di colore e tono,
di analisi e di modulazione, è certo laltro elemento
chiave. Ancora il rapporto tra colore, tono e supporto è il
momento decisivo di una pittura perseguita come processualità sistematica. Chiàppori
ha anche esemplificato in un film, girato con pazientissima tecnica
danimazione, come il colore viva le relazioni del contrasto
degli accostamenti e delle ripetizioni. Il film spiega con efficacia
come loperazione pittorica che realizza investa una dimensione
temporale, quella della costituzione ma anche del riconoscimento.
La dimensione temporale ordina unimmagine segmentata e ripetuta,
espande la stessa immagine verso una probabilità più larga,
limmagine diventa ancora luogo ambiguo di rappresentazione
di una virtualità della percezione, prima che una geometria
dello spazio. Una geometria mobile continuamente slittante, ironicamente
a specchio della visione, ma senza riflessi e duplicazioni possibili,
non compiaciuta di virtuosismi illusionistici. Vittorio Fagone |